Come curavano le malattie gli uomini preistorici
Molto prima della scrittura, della farmacologia e del concetto stesso di "medico", gli esseri umani della preistoria affrontavano ferite, infezioni, dolori articolari e parassiti con le risorse a disposizione: piante, minerali, funghi, rudimentali strumenti chirurgici e una fitta rete di credenze spirituali. Le prove non arrivano da testi, che non esistevano, ma dall'archeologia, dalla paleopatologia e da analisi molecolari sempre più raffinate, come lo studio del DNA antico e del tartaro dentale. Il quadro che emerge è quello di comunità capaci di osservare, sperimentare e tramandare conoscenze sorprendentemente efficaci, intrecciando il rimedio pratico con il rito.
Malattia come fenomeno naturale e soprannaturale
Per gran parte della preistoria la malattia non veniva distinta nettamente in cause "fisiche" e "spirituali". In molte culture il dolore o la febbre erano attribuiti a spiriti maligni, alla rottura di un equilibrio o a una punizione, e la guarigione mirava tanto al corpo quanto al ristabilimento dell'armonia. La figura centrale era spesso lo sciamano, o guaritore, che univa rituali, formule e incantesimi all'uso concreto di erbe. Questa dimensione simbolica non era in contrasto con l'efficacia pratica: il rito accompagnava la somministrazione di sostanze che, in molti casi, avevano un reale effetto terapeutico.
Le piante medicinali: la prima farmacia
Il fondamento della cura preistorica era vegetale. Attraverso secoli di prove ed errori, le comunità impararono a riconoscere erbe, radici, cortecce e funghi utili contro dolore, infiammazione, parassiti e infezioni. Una delle prove più dirette viene dal tartaro dentale fossilizzato, che intrappola microscopici residui di ciò che le persone masticavano.
Su questo fronte sono stati i Neandertal a riservare le sorprese maggiori. Lo studio dei reperti della grotta di El Sidrón, in Spagna, e di altri siti ha rivelato che già 40.000-50.000 anni fa questi ominidi selezionavano piante non solo per nutrirsi, ma per curarsi. In un caso celebre, un individuo affetto da un ascesso dentale e da un'infezione intestinale da parassiti aveva consumato pioppo, la cui corteccia contiene acido salicilico, il principio attivo dell'aspirina. Nello stesso tartaro sono state individuate tracce di una muffa del genere Penicillium, naturalmente produttrice di antibiotici. Altri campioni hanno restituito sostanze tipiche di achillea e camomilla, piante dal sapore amaro e dal valore medicinale più che alimentare.
Ötzi, la mummia che mostra una cura "completa"
Il caso meglio documentato resta quello di Ötzi, l'Uomo del Similaun, vissuto circa 5.300 anni fa e ritrovato nei ghiacci delle Alpi. Il suo corpo e il suo equipaggiamento offrono un quadro coerente di autocura. Tra i suoi averi c'era il fungo della betulla (Piptoporus betulinus, oggi Fomitopsis betulina), legato a strisce di cuoio: contiene oli tossici per i vermi e ha proprietà antibiotiche, e Ötzi soffriva proprio di parassiti intestinali. Nel suo stomaco e intestino sono state trovate anche tracce di felce, possibile rimedio contro i vermi.
Ancora più discusse sono le sue 61 tatuaggi, piccoli punti e linee ottenuti con minuscole incisioni riempite di carbone. Molti si concentrano attorno alle articolazioni e alla bassa schiena, in zone dove l'esame del corpo ha mostrato segni di artrosi. Diversi studiosi hanno ipotizzato che corrispondano a un trattamento del dolore affine a una forma arcaica di agopuntura. Non c'è certezza assoluta, ma la coincidenza tra la posizione dei segni e le aree affette resta notevole.
La chirurgia dell'età della pietra: la trapanazione
La pratica chirurgica più sbalorditiva è la trapanazione del cranio: l'apertura di un foro nella volta cranica raschiando o forando l'osso con strumenti di selce. Crani trapanati sono stati ritrovati in tutti i continenti e in epoche diverse, alcuni risalenti a oltre 7.000 anni fa. In un sito funerario francese datato intorno al 6500 a.C., circa 40 crani su 120 presentavano fori di trapanazione.
L'intervento veniva impiegato forse per trattare traumi cranici, mal di testa cronici, epilessia o disturbi attribuiti a spiriti. La prova più straordinaria è che molti pazienti sopravvivevano: i margini dei fori mostrano segni di ricrescita ossea, indice di guarigione e quindi di una vita proseguita anche per anni dopo l'operazione. Le stime variano, ma in diversi contesti la sopravvivenza si aggira intorno al 40-50%, una percentuale notevole per interventi a cranio aperto senza anestesia né asepsi moderne.
Fratture, ferite e cura dei malati
La cura preistorica non si limitava a piante e crani. Diverse comunità sapevano immobilizzare le ossa rotte ricoprendo l'arto con argilla o fango, che induriva formando una sorta di ingessatura primitiva e permetteva alla frattura di consolidarsi correttamente. Per le ferite si usavano impacchi vegetali, muschi con proprietà assorbenti e antisettiche e, probabilmente, resine e miele dove disponibili.
Un aspetto spesso trascurato è quello sociale. Numerosi scheletri mostrano gravi lesioni o malformazioni guarite o sopportate per lungo tempo: individui con arti fratturati e ricomposti, anziani privi di denti, persone con patologie invalidanti sopravvissute molti anni. Tutto ciò sarebbe stato impossibile senza l'assistenza degli altri membri del gruppo, che procuravano cibo e protezione ai malati. La cura, in questo senso, era già un fatto collettivo e culturale, non solo l'applicazione di un rimedio.
Quanto erano efficaci queste cure?
Sarebbe un errore idealizzare la medicina preistorica: la mortalità per infezioni, parti e traumi era altissima e molte pratiche si fondavano su credenze prive di base reale. Allo stesso tempo, sarebbe ingiusto liquidarla come pura superstizione. La selezione di piante con principi attivi oggi confermati dalla scienza, la sopravvivenza dopo interventi chirurgici complessi e l'assistenza prolungata ai malati indicano una conoscenza empirica accumulata e trasmessa di generazione in generazione. Le ricerche più recenti, basate su DNA antico e analisi biochimiche dei reperti, continuano nel 2026 a rivelare quanto questo sapere fosse profondo, gettando le radici di ciò che molto più tardi sarebbe diventato la medicina.
Domande frequenti
Gli uomini preistorici usavano davvero delle medicine?
Sì. Le analisi del tartaro dentale, dei reperti e di mummie come Ötzi mostrano l'uso di piante e funghi con proprietà antinfiammatorie, antibiotiche e antiparassitarie, come il pioppo (contenente acido salicilico) e il fungo della betulla. Non erano farmaci nel senso moderno, ma rimedi selezionati per esperienza.
Che cos'è la trapanazione e perché veniva praticata?
È l'apertura di un foro nel cranio mediante raschiamento o foratura dell'osso. Era praticata forse per trattare traumi cranici, dolori, epilessia o disturbi ritenuti di origine spirituale. Molti crani mostrano segni di guarigione, prova che diversi pazienti sopravvivevano all'intervento.
I Neandertal sapevano curarsi?
Le prove suggeriscono di sì. Nei resti di El Sidrón un individuo malato aveva consumato pioppo, fonte naturale di acido salicilico, insieme a una muffa antibiotica del genere Penicillium, segno di un comportamento di automedicazione e di una buona conoscenza delle piante.
I tatuaggi di Ötzi avevano uno scopo curativo?
È una delle ipotesi più accreditate. I 61 segni si concentrano attorno ad articolazioni e zone affette da artrosi, facendo pensare a un trattamento del dolore simile a una forma arcaica di agopuntura, anche se la certezza assoluta manca.
Chi si occupava dei malati nella preistoria?
Spesso lo sciamano o guaritore, che univa riti e rimedi vegetali. Ma molti scheletri con gravi lesioni guarite indicano anche un'assistenza collettiva: il gruppo nutriva e proteggeva i membri malati o feriti per lunghi periodi.