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Pelle delle rane: perché è così unica e speciale

Pubblicato 1. maggio 2025 Aggiornato 15. giugno 2026

Perché la pelle delle rane è così unica e speciale?

La pelle delle rane è uno degli organi più straordinari del mondo animale. A differenza della pelle dei mammiferi, spessa, asciutta e impermeabile, quella dei rane è sottile, umida, ricca di ghiandole e altamente permeabile. Non si limita a rivestire e proteggere il corpo: respira, assorbe acqua, regola i sali, produce sostanze antibatteriche e, in molte specie, veleni potentissimi. Questa eccezionale multifunzionalità rende la pelle delle rane un soggetto di studio centrale per la biologia, la medicina e la conservazione ambientale, e spiega anche perché questi animali siano oggi tra i più minacciati del pianeta.

Una pelle che respira

La caratteristica più nota della pelle delle rane è la respirazione cutanea. Gli anfibi adulti possiedono polmoni, ma una parte significativa dello scambio di ossigeno e anidride carbonica avviene direttamente attraverso la pelle. Perché ciò sia possibile, l'epidermide deve restare costantemente umida: l'ossigeno si scioglie nello strato di muco superficiale, attraversa la pelle riccamente vascolarizzata e passa nel sangue, mentre l'anidride carbonica segue il percorso inverso.

Questo meccanismo ha conseguenze importanti. Durante il letargo invernale, molte rane europee restano immerse o sepolte nel fango sul fondo di stagni e laghi e sopravvivono per mesi respirando quasi esclusivamente attraverso la pelle, con i polmoni praticamente inattivi. Alcune specie acquatiche hanno spinto l'adattamento all'estremo: la cosiddetta "rana scroto" del lago Titicaca (Telmatobius culeus) presenta ampie pieghe cutanee che aumentano la superficie di scambio, permettendole di vivere a grandi profondità senza salire in superficie a respirare.

Bere senza bocca: l'assorbimento dell'acqua

Le rane non bevono nel senso comune del termine. Assorbono l'acqua di cui hanno bisogno direttamente attraverso la pelle, in particolare attraverso una regione altamente permeabile nella parte ventrale e pelvica, nota in inglese come drinking patch o seat patch ("zona di seduta"). Premendo questa area contro superfici umide o pozze, la rana reidrata il proprio corpo per osmosi.

La stessa permeabilità che consente di assorbire acqua impone però di controllare con precisione l'equilibrio idrico e salino (osmoregolazione). La pelle regola il passaggio di acqua e ioni, e questo spiega perché la maggior parte degli anfibi non tolleri ambienti salati e debba vivere in prossimità di acqua dolce o in habitat sufficientemente umidi.

Ghiandole, muco e veleni

La pelle delle rane è densamente costellata di ghiandole di due tipi principali. Le ghiandole mucose producono il sottile film di muco che mantiene la superficie umida, scivolosa e protetta dalla disidratazione e dalle infezioni. Le ghiandole granulari (o sierose) secernono invece sostanze difensive, spesso irritanti o velenose, che scoraggiano i predatori.

È in queste ghiandole che si concentra alcuni dei composti più tossici della natura. La rana dorato-velenosa colombiana (Phyllobates terribilis) secerne batracotossina, un veleno talmente potente che la quantità prodotta da un singolo individuo è teoricamente sufficiente a uccidere diverse persone. Molte rane freccia (Dendrobatidae) non sintetizzano questi veleni autonomamente, ma li accumulano a partire dagli artropodi di cui si nutrono: in cattività, alimentate con una dieta diversa, perdono gran parte della loro tossicità. I colori sgargianti di queste specie costituiscono un classico esempio di aposematismo, un segnale visivo che avverte i predatori della pericolosità della preda.

Colore e camuffamento

La pelle delle rane contiene speciali cellule pigmentate, i cromatofori, organizzati in strati. I melanofori contengono melanina scura, gli xantofori pigmenti gialli e rossi, gli iridofori cristalli che riflettono la luce producendo iridescenze e i toni del verde e del blu. La combinazione e la ridistribuzione di questi pigmenti permette a molte specie di cambiare tonalità in risposta a temperatura, luce, umidità o stato emotivo, favorendo il mimetismo e la termoregolazione.

Un farmaco vivente: i peptidi antimicrobici

Negli ultimi decenni la pelle delle rane è diventata una vera e propria miniera per la ricerca farmaceutica. Le secrezioni cutanee contengono peptidi antimicrobici, piccole molecole proteiche (in genere 10-30 amminoacidi) prodotte dalle ghiandole granulari come componente dell'immunità innata. Ad oggi ne sono stati descritti oltre mille a partire dalle secrezioni degli anfibi; ogni specie esprime tipicamente un proprio repertorio di una decina di peptidi diversi.

Questi composti agiscono perforando la membrana cellulare dei microrganismi e si dimostrano efficaci contro batteri Gram-positivi e Gram-negativi, funghi, protozoi e persino alcuni virus, inclusi ceppi resistenti agli antibiotici tradizionali. Proprio per questo sono studiati come possibile risposta alla crescente antibiotico-resistenza.

La ricerca più recente si è spinta oltre la sola azione antimicrobica. Sono stati isolati peptidi cutanei capaci di accelerare la guarigione delle ferite: tra questi il peptide OA-RD17, identificato nella rana Odorrana andersonii, e RL-QN15, ricavato da Rana limnocharis, hanno mostrato effetti terapeutici su ferite croniche e su lesioni difficili come quelle dei pazienti diabetici, regolando l'infiammazione e stimolando la rigenerazione dei tessuti. Altri composti di origine anfibia, come l'epibatidina isolata da rane del genere Epipedobates, hanno ispirato lo sviluppo di nuovi analgesici.

Perché questa pelle è anche una vulnerabilità

La permeabilità che rende la pelle delle rane tanto efficiente è anche il suo punto debole. Attraverso di essa penetrano facilmente inquinanti, pesticidi e radiazioni ultraviolette: per questo le rane sono considerate eccellenti bioindicatori, sentinelle precoci della salute degli ecosistemi acquatici.

La minaccia più drammatica resta però un fungo, Batrachochytrium dendrobatidis, responsabile della chitridiomicosi. Questo patogeno colonizza lo strato di cheratina della pelle e ne compromette le funzioni vitali, in particolare l'osmoregolazione e lo scambio gassoso, fino a provocare arresto cardiaco. La chitridiomicosi è considerata la malattia più devastante mai documentata per la biodiversità dei vertebrati: ha contribuito al declino di oltre 500 specie di anfibi, molte delle quali estinte o presumibilmente estinte in natura. La ricerca del 2025, con i primi strumenti genetici per manipolare il fungo, punta a comprenderne meglio il funzionamento e a individuare strategie di difesa.

Domande frequenti

Le rane respirano davvero attraverso la pelle?

Sì. Pur avendo i polmoni, le rane scambiano ossigeno e anidride carbonica anche attraverso la pelle, che deve restare umida perché i gas si sciolgano nel muco superficiale e passino nel sangue. Durante il letargo invernale alcune specie respirano quasi esclusivamente per via cutanea.

Perché la pelle delle rane è sempre umida?

L'umidità è essenziale per la respirazione cutanea e per evitare la disidratazione. Le ghiandole mucose producono di continuo un film di muco che mantiene la superficie umida, scivolosa e protetta dalle infezioni.

È vero che le rane non bevono?

In gran parte sì: assorbono l'acqua attraverso la pelle, soprattutto in una zona permeabile della regione ventrale e pelvica, premendola contro superfici umide, anziché ingerirla con la bocca.

A cosa servono i peptidi della pelle delle rane in medicina?

I peptidi antimicrobici delle secrezioni cutanee combattono batteri, funghi e virus, anche resistenti agli antibiotici. Alcuni, come OA-RD17 e RL-QN15, sono studiati per accelerare la guarigione delle ferite croniche e diabetiche.

Perché le rane sono così minacciate?

La pelle permeabile le espone a inquinanti e raggi UV, rendendole sensibili sentinelle ambientali. Soprattutto, il fungo Batrachochytrium dendrobatidis infetta la pelle e ne blocca le funzioni vitali, causando la chitridiomicosi, responsabile del declino di oltre 500 specie.

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