Chi scoprì l'ossigeno e quale fu il suo impatto scientifico
La scoperta dell'ossigeno non è attribuibile a un singolo individuo né a una singola data, ma è il risultato del lavoro quasi simultaneo di tre chimici tra il 1772 e il 1777: lo svedese Carl Wilhelm Scheele, l'inglese Joseph Priestley e il francese Antoine-Laurent Lavoisier. I primi due isolarono e descrissero il gas per primi; il terzo ne comprese la vera natura, trasformando una semplice osservazione di laboratorio in una rivoluzione che cambiò per sempre il volto della chimica. Capire "chi scoprì l'ossigeno" significa quindi distinguere fra chi produsse il gas e chi capì che cosa fosse realmente.
Carl Wilhelm Scheele: il primo a isolarlo (1771-1772)
Il farmacista svedese Carl Wilhelm Scheele fu, secondo le prove documentali, il primo a produrre ossigeno in laboratorio, probabilmente già tra il 1771 e il 1772. Riscaldando diverse sostanze, fra cui ossido di mercurio, nitrato di potassio e carbonato d'argento, ottenne un gas che chiamò "aria di fuoco" (Feuerluft), perché in sua presenza la combustione diventava più vivace.
Scheele perse però il primato storico per una ragione puramente editoriale: pubblicò i suoi risultati solo nel 1777, nel trattato Chemische Abhandlung von der Luft und dem Feuer, anni dopo aver condotto gli esperimenti e dopo che Priestley aveva già reso note le proprie osservazioni. Nella storia della scienza, la priorità si misura tipicamente sulla pubblicazione, e questo ritardo costò a Scheele il riconoscimento pieno che molti studiosi ritengono avrebbe meritato.
Joseph Priestley: il primo a pubblicare (1774)
Il 1º agosto 1774 il chimico e teologo inglese Joseph Priestley realizzò il suo esperimento più celebre: usando una grande lente d'ingrandimento ("burning lens") per concentrare i raggi solari su un campione di ossido rosso di mercurio, liberò un gas in cui una candela bruciava con fiamma straordinariamente intensa e i topi sopravvivevano più a lungo del normale. Lo stesso Priestley notò che respirarlo dava una sensazione di particolare leggerezza.
Priestley fu il primo a pubblicare la scoperta, ma la interpretò all'interno della teoria scientifica allora dominante. Chiamò il gas "aria deflogisticata", convinto di aver trovato un'aria particolarmente povera di "flogisto". Ironia della storia: la scoperta che egli sperava confermasse la teoria del flogisto avrebbe finito, nelle mani di un altro, per demolirla. Priestley rimase fedele al flogisto fino alla morte, nel 1804.
La teoria del flogisto e perché era un ostacolo
Per comprendere la portata della scoperta occorre conoscere il paradigma che la precedeva. Dalla fine del Seicento la chimica spiegava la combustione con la teoria del flogisto: si riteneva che ogni materiale infiammabile contenesse una sostanza invisibile, il flogisto (dal greco "bruciare"), che veniva rilasciata nell'aria durante la combustione. Quando un corpo smetteva di bruciare, si pensava che l'aria circostante fosse ormai "satura" di flogisto.
Questa teoria aveva un difetto evidente ma a lungo trascurato: molti metalli, dopo la combustione (cioè dopo aver "perso" flogisto), pesavano di più, non di meno. Per salvare il modello, alcuni arrivarono a ipotizzare un flogisto dal peso negativo. Era il sintomo di un paradigma in crisi, in attesa di una spiegazione migliore.
Antoine Lavoisier e la vera natura dell'ossigeno
Il punto di svolta arrivò con Antoine-Laurent Lavoisier. Nel 1774 Priestley incontrò Lavoisier a Parigi e gli descrisse i suoi esperimenti. Lavoisier li ripeté con un approccio radicalmente diverso: misurava con precisione le masse prima e dopo ogni reazione, applicando alla chimica il metodo quantitativo della bilancia.
Comprese così ciò che era sfuggito a Scheele e Priestley: la combustione e la calcinazione dei metalli non erano una perdita di flogisto, ma una combinazione con un componente dell'aria, il gas appena scoperto. L'aumento di peso dei metalli arrugginiti corrispondeva esattamente alla quantità di gas assorbito. Nel 1777 Lavoisier propose una nuova teoria della combustione senza flogisto e nel 1779 coniò il nome "oxygène" (dal greco "generatore di acidi"), nella convinzione — in realtà errata — che l'elemento fosse presente in tutti gli acidi.
L'impatto scientifico: la rivoluzione chimica
La corretta interpretazione dell'ossigeno innescò quella che gli storici chiamano la rivoluzione chimica, paragonabile per importanza alla rivoluzione copernicana in astronomia. I suoi effetti furono profondi e duraturi.
- Dalla qualità alla quantità. Lavoisier trasformò la chimica da scienza descrittiva a scienza quantitativa, fondata sulla misura e sulla bilancia. Da questo lavoro emerse il principio di conservazione della massa: nulla si crea e nulla si distrugge nelle reazioni chimiche.
- Una nuova spiegazione della combustione e della respirazione. Combustione, formazione della ruggine e respirazione animale furono ricondotte a uno stesso fenomeno: la combinazione di sostanze con l'ossigeno. Nacquero così le basi della comprensione del metabolismo.
- Un linguaggio nuovo. Nel 1787 Lavoisier, con Berthollet, Fourcroy e Guyton de Morveau, pubblicò una nomenclatura chimica razionale e sistematica, i cui principi sono ancora alla base del modo in cui oggi denominiamo le sostanze.
- Verso la teoria atomica. La nuova chimica quantitativa aprì la strada, pochi decenni dopo, alle leggi delle proporzioni definite e alla teoria atomica di John Dalton.
Va precisato, per onestà storica, che il flogisto non scomparve dall'oggi al domani: molti chimici impiegarono decenni ad abbandonarlo, e lo stesso Priestley non si convertì mai. La transizione fu più graduale di quanto la narrazione popolare suggerisca, ma il punto d'arrivo fu inequivocabile.
Allora, chi scoprì davvero l'ossigeno?
La risposta più corretta è che la scoperta fu condivisa, ma con ruoli distinti. Scheele lo isolò per primo; Priestley fu il primo a pubblicarne la scoperta; Lavoisier ne comprese la natura e ne misurò l'importanza. Per questo, ancora nel 2026, i manuali di storia della scienza tendono a presentare la vicenda come un esempio classico di scoperta multipla, in cui distinguere fra l'osservare un fenomeno e il capirlo è la lezione più istruttiva.
Domande frequenti
Chi è considerato lo scopritore ufficiale dell'ossigeno?
Non esiste un unico scopritore. Carl Wilhelm Scheele lo isolò per primo (1771-1772), Joseph Priestley fu il primo a pubblicare la scoperta (1774) e Antoine Lavoisier ne spiegò la vera natura. Il merito è quindi condiviso fra i tre.
Perché Scheele non è il più ricordato pur essendo arrivato per primo?
Perché pubblicò i suoi risultati solo nel 1777, dopo Priestley. Nella storia della scienza la priorità di una scoperta si assegna generalmente in base alla data di pubblicazione, non a quella dell'esperimento.
Chi diede il nome "ossigeno" all'elemento?
Lo coniò Antoine Lavoisier intorno al 1779. Il termine deriva dal greco e significa "generatore di acidi", perché Lavoisier credeva erroneamente che l'ossigeno fosse contenuto in tutti gli acidi.
Qual è l'impatto scientifico più importante della scoperta?
Aver permesso a Lavoisier di abbattere la teoria del flogisto e di fondare la chimica quantitativa moderna, basata sul principio di conservazione della massa e su una nomenclatura sistematica ancora in uso.
Che cos'era la teoria del flogisto?
Era la teoria, dominante prima della rivoluzione chimica, secondo cui i materiali infiammabili contenevano una sostanza chiamata flogisto, rilasciata durante la combustione. L'ossigeno di Lavoisier dimostrò che la combustione è invece una combinazione con l'aria.