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Le corse di carri nelle antiche Olimpiadi: come funzionavano

Pubblicato 26. febbraio 2025 Aggiornato 15. giugno 2026

Come si svolgevano le corse di carri nelle Olimpiadi antiche?

Le corse di carri furono tra le competizioni più spettacolari, costose e pericolose delle antiche Olimpiadi. Si svolgevano nell'ippodromo di Olimpia, davanti a decine di migliaia di spettatori, e mettevano in gioco non tanto l'abilità atletica del singolo quanto il prestigio e la ricchezza dei proprietari dei cavalli. A differenza delle gare a piedi, qui chi otteneva la corona d'olivo non era chi guidava il carro, ma chi possedeva la squadra: un dettaglio che rese queste competizioni uniche e che aprì la strada anche alle prime vincitrici donne.

Quando nacquero le corse di carri ai Giochi

La gara più antica e prestigiosa fu il tethrippon, la corsa dei carri trainati da quattro cavalli, introdotta nei Giochi olimpici nel 680 a.C. Si trattava della disciplina equestre per eccellenza, simbolo di lusso e di status aristocratico.

Nel tempo si aggiunsero altre prove ippiche:

  • Apene (500 a.C. circa): una corsa con carri trainati da muli, di breve fortuna, abolita dopo pochi decenni.
  • Synoris (408 a.C.): la corsa dei bighe, ossia carri trainati da due cavalli.
  • Vennero introdotte anche versioni per puledri, sia per il tethrippon sia per la synoris, in epoca più tarda.

Accanto a queste si correvano anche le gare di cavalli montati (il keles), ma le corse di carri restavano l'evento di maggior richiamo per fasto e tensione.

L'ippodromo di Olimpia

Le corse si tenevano nell'ippodromo, situato a sud dello stadio. Secondo la descrizione del geografo Pausania, il tracciato era molto ampio, lungo circa 780 metri. La pista era divisa per il lungo da una barriera centrale, l'embolon, realizzata in pietra o legno: i carri percorrevano un lato verso una delle estremità, giravano attorno a un palo di svolta (il kampter o nyssa) e tornavano indietro sull'altro lato.

Il tethrippon prevedeva dodici giri completi del tracciato, per una distanza complessiva di circa 14 chilometri. La synoris, meno impegnativa, copriva un numero inferiore di giri. Dell'ippodromo originario oggi non resta quasi nulla in superficie: il fiume Alfeo, nel corso dei secoli, ne ha eroso e ricoperto buona parte, e la sua esatta collocazione è stata a lungo oggetto di studio archeologico.

La partenza: un meccanismo ingegnoso

Far partire insieme decine di carri da una stessa linea avrebbe favorito chi occupava le corsie interne, più vicine alla barriera. Per garantire equità i Greci idearono un sistema di partenza scaglionata chiamato hippaphesis, attribuito allo scultore Cleeta (Cleoitas).

I carri venivano disposti in una formazione a forma di prua, dentro stalli separati da corde. Un dispositivo meccanico abbassava progressivamente le corde: partivano per primi i concorrenti più arretrati, poi via via quelli più avanzati, finché tutti i carri non si trovavano allineati sulla stessa linea. A quel punto, complici anche segnali come un'aquila di bronzo che si alzava e un delfino che si abbassava, si dava il via vero e proprio, accompagnato dal suono di una tromba.

Auriga e proprietario: due ruoli distinti

La caratteristica più sorprendente delle corse di carri era la separazione tra chi guidava e chi vinceva. L'auriga (heniochos) era quasi sempre un professionista ingaggiato, uno schiavo o un giovane membro della squadra del proprietario. La corona d'olivo selvatico (kotinos) e tutta la gloria, però, andavano al proprietario dei cavalli, che spesso non era nemmeno presente sul tracciato.

Gli aurighi, scelti per la loro leggerezza ma anche per una buona statura, erano frequentemente adolescenti. A differenza degli altri atleti olimpici, che gareggiavano nudi, indossavano una lunga tunica con maniche chiamata xystis, fissata in vita da una cintura e trattenuta sulla schiena da due cinghie incrociate, per evitare che il tessuto si gonfiasse durante la corsa.

Velocità, curve e pericoli

Le corse di carri erano tra le competizioni più pericolose dell'antichità. Il momento più temuto, e più atteso dal pubblico, era la svolta attorno al palo alle estremità della pista. Affrontare la curva troppo larga faceva perdere terreno; affrontarla troppo stretta significava rischiare di urtare il kampter, ribaltarsi ed essere travolti dai carri che seguivano.

Con decine di carri in pista, i tamponamenti, i ribaltamenti e gli scontri erano frequenti, e non di rado mortali per cavalli e aurighi. Le fonti antiche raccontano che in una sola gara potevano partire numerosi carri e tagliare il traguardo solo una manciata di concorrenti. A Olimpia esisteva persino un punto particolarmente temuto, il Taraxippos ("il terrore dei cavalli"), un luogo del tracciato dove gli animali si imbizzarrivano misteriosamente, all'origine di molti incidenti.

Il prestigio dei vincitori

Poiché vinceva il proprietario, le corse di carri divennero un terreno di competizione tra i ricchi e i potenti del mondo greco, capaci di mantenere cavalli, allenatori e aurighi. Mantenere una scuderia da corsa era un'impresa enormemente costosa, riservata alle famiglie aristocratiche, ai tiranni e alle città.

Il politico ateniese Alcibiade divenne celebre per aver schierato un numero eccezionale di carri in una sola edizione dei Giochi, conquistando più piazzamenti di vertice e usando quel successo come strumento di propaganda politica. Anche sovrani, tiranni di Sicilia e città intere gareggiavano per accrescere il proprio prestigio, e le vittorie venivano celebrate con statue, iscrizioni e odi composte da poeti come Pindaro.

Le donne e le corse di carri

Proprio perché la vittoria spettava al proprietario e non a chi guidava, le corse di carri furono l'unica via attraverso cui una donna poté entrare nell'albo dei vincitori olimpici. Alle donne sposate era infatti vietato, in linea di principio sotto pena di morte, persino assistere ai Giochi, ma nulla impediva loro di possedere e allevare cavalli.

La più famosa fu Cinisca (Kyniska), principessa spartana, figlia del re Archidamo II e sorella del re Agesilao II. Allenò la propria squadra e la iscrisse al tethrippon, vincendo nel 396 a.C. e di nuovo nel 392 a.C., senza dover mai mettere piede nel recinto sacro. Per celebrare l'impresa fece erigere a Olimpia un gruppo di statue di bronzo con un'iscrizione in cui rivendicava di essere l'unica donna ad aver conquistato la corona nelle gare di carri. Dopo di lei, altre donne greche — tra cui Euriléonide e Belistiche — ottennero vittorie analoghe.

Domande frequenti

Chi vinceva la corona nelle corse di carri olimpiche?

La corona d'olivo andava al proprietario dei cavalli, non all'auriga che guidava il carro. L'auriga era di solito uno schiavo o un professionista ingaggiato, mentre tutta la gloria e il premio spettavano a chi possedeva la squadra, anche se non era presente in pista.

Quanto era lunga la corsa dei carri a quattro cavalli?

Il tethrippon prevedeva dodici giri completi dell'ippodromo di Olimpia, per una distanza totale di circa 14 chilometri. L'ippodromo era lungo circa 780 metri ed era diviso da una barriera centrale, l'embolon, attorno alla quale i carri svoltavano.

Quando furono introdotte le corse di carri alle Olimpiadi antiche?

La corsa con i carri a quattro cavalli (tethrippon) fu introdotta nel 680 a.C. Seguirono la corsa dei muli (apene) intorno al 500 a.C., di breve durata, e la biga a due cavalli (synoris) nel 408 a.C., oltre a versioni per puledri in epoca successiva.

Perché le corse di carri erano così pericolose?

Il pericolo maggiore era la svolta attorno al palo alle estremità della pista, dove i carri ad alta velocità potevano ribaltarsi o scontrarsi, travolgendo cavalli e aurighi. Con molti carri in gara, gli incidenti erano frequenti e spesso mortali.

Una donna poteva vincere alle Olimpiadi antiche?

Sì, ma solo come proprietaria di una squadra di cavalli. La spartana Cinisca fu la prima, vincendo il tethrippon nel 396 e nel 392 a.C., pur senza poter assistere di persona ai Giochi, dai quali le donne sposate erano escluse.

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