Perché le tartarughe giganti vivono così a lungo
Le tartarughe giganti sono tra gli animali terrestri più longevi del pianeta: superano regolarmente il secolo di vita e i casi più documentati sfiorano i due secoli. L'esempio simbolo è Jonathan, una tartaruga gigante delle Seychelles che vive sull'isola di Sant'Elena, nell'Atlantico meridionale: nato attorno al 1832 e considerato il più vecchio animale terrestre vivente, nel 2026 ha un'età stimata di circa 193 anni. La loro eccezionale longevità non è frutto del caso, ma il risultato di una combinazione di fattori genetici, cellulari, metabolici ed evolutivi che la ricerca ha iniziato a chiarire soprattutto a partire dal sequenziamento del genoma di alcuni esemplari celebri.
Quanto vivono davvero le tartarughe giganti
Le due principali stirpi di tartarughe giganti ancora viventi sono quelle delle isole Galápagos (genere Chelonoidis) e quelle dell'atollo di Aldabra e delle Seychelles (Aldabrachelys gigantea). Entrambe superano con facilità i 100 anni in cattività, e diversi individui hanno raggiunto o oltrepassato i 150-190 anni. Per inquadrare il fenomeno: la maggior parte dei mammiferi di taglia paragonabile vive una piccola frazione di questo tempo. Le tartarughe giganti mostrano inoltre quella che gli studiosi chiamano senescenza trascurabile: l'invecchiamento, cioè il declino fisiologico con l'età, procede molto lentamente e il rischio di morte non aumenta in modo marcato con il passare degli anni, a differenza di quanto accade nella maggioranza dei vertebrati.
Il ruolo del genoma: geni duplicati contro il cancro e l'invecchiamento
Una svolta nella comprensione del fenomeno è arrivata nel 2018, quando un gruppo internazionale di ricercatori ha sequenziato il genoma di Lonesome George, l'ultimo esemplare della tartaruga gigante di Pinta (Galápagos), morto nel 2012, confrontandolo con quello di una tartaruga di Aldabra e di altri vertebrati. Lo studio ha individuato varianti e duplicazioni genetiche associate a riparazione del DNA, risposta immunitaria, regolazione del metabolismo e soppressione dei tumori assenti negli animali a vita più breve.
In particolare, le tartarughe giganti possiedono copie multiple di geni oncosoppressori che nella maggior parte dei vertebrati sono presenti in singola copia, tra cui SMAD4, NF2, PML, PTPN11 e P2RY8. Disporre di più copie di questi "freni" contro la proliferazione cellulare incontrollata può tradursi in una straordinaria resistenza al cancro, una delle principali cause di morte legate all'età. Sono state inoltre osservate varianti in geni coinvolti in percorsi chiave dell'invecchiamento, come IGF1R (via dell'insulina), DCLRE1B (legato alla telomerasi) e XRCC6 (riparazione del DNA). Complessivamente, i ricercatori hanno trovato tracce genetiche che riguardano sei dei nove "segni distintivi" dell'invecchiamento riconosciuti dalla biologia moderna.
Studi successivi hanno ampliato questo quadro. Una ricerca del 2025 ha sequenziato il genoma proprio di Jonathan e di un altro esemplare di Aldabra (Tank), confermando l'espansione di famiglie geniche legate a oncosoppressori, immunità e riparazione del DNA, e indagando i meccanismi epigenetici dell'animale terrestre più vecchio al mondo.
Cellule che si autodistruggono prima di ammalarsi
La genetica non spiega tutto da sola: conta anche il comportamento delle cellule. Esperimenti di laboratorio hanno mostrato che, quando vengono sottoposte a stress, le cellule delle tartarughe giganti delle Galápagos tendono ad attivare l'apoptosi — la "morte cellulare programmata" — con maggiore prontezza rispetto alle cellule di altri animali. In pratica, una cellula danneggiata si elimina da sola prima che l'accumulo di mutazioni possa degenerare in tumore. Questo meccanismo di controllo qualità riduce il rischio che il danno cellulare si propaghi nel tempo, un vantaggio decisivo per un organismo destinato a vivere per più di un secolo.
Metabolismo lento e meno "ruggine" nelle cellule
Le tartarughe giganti sono erbivore e ectoterme (a "sangue freddo"): la loro temperatura corporea dipende dall'ambiente e non viene mantenuta costante bruciando energia, come fanno i mammiferi. Il risultato è un metabolismo molto rallentato. Un metabolismo lento comporta una minore produzione di radicali liberi, molecole reattive che danneggiano le strutture cellulari e contribuiscono all'invecchiamento (il cosiddetto stress ossidativo). Meno reazioni energetiche significano, in sostanza, meno "ruggine" accumulata nei tessuti nel corso degli anni. A questo si aggiunge un accorciamento più lento dei telomeri, le strutture protettive alle estremità dei cromosomi il cui consumo è uno degli orologi biologici dell'invecchiamento.
Il fattore evolutivo: isole, predatori assenti e grande taglia
Perché si è evoluta una simile longevità? La risposta sta nell'ambiente in cui queste tartarughe si sono sviluppate. Vivendo su isole remote in larga parte prive di predatori naturali e di forte competizione, gli individui che sopravvivevano a lungo avevano molte occasioni di riprodursi, favorendo la selezione di caratteri legati alla durata della vita. La grande taglia contribuisce in più modi: un corpo massiccio protetto da un robusto carapace ha pochi nemici da adulto, mantiene più stabilmente il calore e tollera meglio le carestie e la scarsità d'acqua, situazioni frequenti in habitat insulari. Crescita lenta, maturità sessuale tardiva e ritmi vitali dilatati completano una strategia biologica costruita interamente sulla longevità.
Perché interessa anche all'uomo
Lo studio di questi animali va oltre la curiosità naturalistica. Molti dei geni implicati nella loro resistenza al cancro e nella riparazione del DNA hanno equivalenti nell'essere umano. Comprendere come le tartarughe giganti tengano sotto controllo tumori e invecchiamento può offrire indicazioni utili alla ricerca biomedica sulle malattie legate all'età. Va però ricordato che si tratta di meccanismi adattati a una fisiologia molto diversa dalla nostra: i risultati vanno interpretati con cautela e non si traducono in applicazioni dirette sull'uomo.
Domande frequenti
Quanti anni può vivere una tartaruga gigante?
Le tartarughe giganti superano regolarmente i 100 anni e diversi esemplari hanno raggiunto o oltrepassato i 150-190 anni. Jonathan, sull'isola di Sant'Elena, è considerato il più vecchio animale terrestre vivente, con un'età stimata di circa 193 anni nel 2026.
Perché le tartarughe giganti non si ammalano facilmente di cancro?
Possiedono copie multiple di geni oncosoppressori (come SMAD4, NF2, PML, PTPN11 e P2RY8) e le loro cellule, sotto stress, attivano facilmente l'apoptosi, autodistruggendosi prima che il danno possa trasformarsi in tumore.
Il metabolismo lento c'entra con la loro longevità?
Sì. Essendo animali a sangue freddo con un metabolismo molto rallentato, producono meno radicali liberi e subiscono meno stress ossidativo, fattore che rallenta l'invecchiamento cellulare. Anche i loro telomeri si accorciano più lentamente.
Lo studio sulle tartarughe giganti può aiutare la medicina umana?
Molti geni legati alla loro resistenza ai tumori e alla riparazione del DNA hanno equivalenti nell'uomo, perciò il loro genoma è studiato come modello per la ricerca sulle malattie dell'invecchiamento, pur con la cautela necessaria data la fisiologia molto diversa.