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Amazzonia e politica ambientale: perché è decisiva

Pubblicato 4. maggio 2025 Aggiornato 15. giugno 2026

Qual è l'importanza dell'Amazzonia nella politica ambientale?

L'Amazzonia è il punto in cui la scienza del clima e la diplomazia internazionale si incontrano nel modo più diretto. Con circa 6,7 milioni di chilometri quadrati distribuiti su nove Paesi sudamericani — più della metà in Brasile — la più grande foresta pluviale del mondo è diventata un riferimento centrale della politica ambientale globale: ogni accordo sul clima, ogni meccanismo di finanziamento per la natura e ogni dibattito sulla deforestazione tende a passare, prima o poi, da qui. Capire perché l'Amazzonia conta così tanto significa capire come funziona oggi la governance ambientale internazionale.

Perché l'Amazzonia è centrale per il clima

La ragione principale è la sua funzione di gigantesco serbatoio di carbonio. La foresta amazzonica immagazzina stime comprese tra 80 e 120 miliardi di tonnellate di carbonio, una quantità pari a molte volte le emissioni globali annuali derivanti dai combustibili fossili. Finché questo carbonio resta immobilizzato negli alberi e nei suoli, contribuisce a contenere il riscaldamento globale; quando la foresta brucia o viene abbattuta, lo stesso carbonio torna in atmosfera, trasformando un alleato del clima in una fonte di emissioni.

A questo si aggiunge il ruolo idrologico. L'evapotraspirazione della foresta alimenta i cosiddetti "fiumi volanti", masse d'aria umida che distribuiscono pioggia su gran parte del Sud America, sostenendo l'agricoltura di Brasile, Argentina e Paesi vicini. Per questo gli scienziati parlano di un possibile punto di non ritorno (tipping point): superata una certa soglia di deforestazione, parti dell'Amazzonia potrebbero trasformarsi in savana, emettendo più anidride carbonica di quanta ne assorbano e alterando i regimi di pioggia su scala continentale. È questa prospettiva irreversibile a rendere la foresta una priorità non rinviabile per la politica ambientale.

Biodiversità e popoli indigeni

L'Amazzonia ospita circa il 10% di tutte le specie animali e vegetali conosciute, un patrimonio di biodiversità senza eguali che la rende cruciale anche per le politiche di conservazione, non solo per quelle climatiche. La sua tutela è quindi al centro tanto degli accordi sul clima quanto delle convenzioni sulla biodiversità.

Un elemento sempre più riconosciuto dalla politica ambientale è il ruolo dei popoli indigeni. Un terzo delle foreste intatte del mondo si trova all'interno di territori indigeni, dove i tassi di perdita forestale risultano costantemente più bassi rispetto alle aree circostanti. Questo dato ha spostato il dibattito: la protezione dell'Amazzonia non è più vista solo come una questione tecnica di monitoraggio satellitare, ma come un tema di diritti territoriali e riconoscimento delle comunità locali.

L'Amazzonia nella diplomazia climatica: la COP30 di Belém

La centralità politica della foresta è emersa con forza nel novembre 2025, quando per la prima volta una conferenza ONU sul clima si è tenuta in Amazzonia, a Belém, in Brasile. La COP30 era stata presentata come "la COP delle foreste" e doveva produrre un impegno storico per fermare la deforestazione.

L'esito è stato più ambiguo di quanto sperato. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva aveva proposto una tabella di marcia per superare la dipendenza dai combustibili fossili e per azzerare la deforestazione, ma l'opposizione di Paesi produttori di petrolio e di alcune economie emergenti ha portato allo stralcio della roadmap sui combustibili fossili dal documento vincolante; nello stesso passaggio è caduta anche quella sulla deforestazione. I due percorsi sono stati rilanciati come iniziative volontarie — una "coalizione dei volenterosi" — anziché come obblighi globali. Molti osservatori hanno parlato di "paradosso di Belém": la prima COP amazzonica si è chiusa senza un piano vincolante per fermare la perdita di foreste.

Il TFFF: un nuovo modello di finanziamento

Il risultato più concreto della COP30 è stato il lancio della Tropical Forest Forever Facility (TFFF), un fondo pensato per rendere economicamente più conveniente proteggere le foreste tropicali piuttosto che abbatterle. Il meccanismo prevede pagamenti annuali ai Paesi che mantengono in piedi le proprie foreste, con penalità per ogni ettaro perduto.

Alla chiusura del vertice erano stati annunciati oltre 6,7 miliardi di dollari di contributi e la dichiarazione di lancio era stata sottoscritta da decine di Paesi. Tra i principali sostenitori, la Norvegia con 3 miliardi di dollari, la Germania con 1 miliardo di euro in dieci anni, e lo stesso Brasile e l'Indonesia con 1 miliardo di dollari ciascuno. L'obiettivo di medio termine è arrivare a una dotazione di 125 miliardi di dollari, combinando capitale pubblico e investitori istituzionali, per proteggere fino a circa un miliardo di ettari in 70 Paesi. Almeno il 20% delle risorse è destinato ai popoli indigeni e alle comunità locali. Il TFFF rappresenta così uno dei tentativi più ambiziosi di tradurre l'importanza dell'Amazzonia in uno strumento finanziario stabile e prevedibile.

Le contraddizioni della politica brasiliana nel 2026

I dati sul terreno mostrano segnali contrastanti. Dopo gli anni di forte deforestazione sotto la presidenza di Jair Bolsonaro, il ritorno di Lula nel 2023 ha coinciso con un netto rafforzamento dei controlli. A giugno 2026 i sistemi di monitoraggio hanno registrato un crollo della deforestazione amazzonica fino al 61% su base annua, il minimo storico della serie, frutto di una rinnovata azione di contrasto agli abusi.

Allo stesso tempo, però, la politica ambientale brasiliana convive con vistose contraddizioni. Pochi giorni dopo la fine della COP30, il Congresso ha approvato misure che indeboliscono le tutele di fiumi, foreste e comunità indigene, sotto la pressione del blocco dell'agroindustria. Il governo Lula ha rilanciato progetti infrastrutturali contestati, tra cui l'asfaltatura di un'autostrada che attraversa la foresta, e ha autorizzato nuove esplorazioni petrolifere nell'area amazzonica. Sul fronte agricolo, l'annuncio nel gennaio 2026 del ritiro di parte dell'industria dalla Moratoria sulla soia ha riacceso i timori di una nuova espansione delle coltivazioni a scapito della foresta. Questo intreccio di progressi e arretramenti illustra il nodo centrale: l'Amazzonia è tanto importante per la politica ambientale quanto difficile da conciliare con gli interessi economici di breve periodo.

Domande frequenti

Perché l'Amazzonia è così importante per la politica climatica?

Perché immagazzina tra 80 e 120 miliardi di tonnellate di carbonio, regola le piogge di gran parte del Sud America e ospita circa il 10% delle specie conosciute. La sua eventuale degradazione la trasformerebbe da assorbitore a fonte di anidride carbonica, accelerando il riscaldamento globale.

Cosa ha deciso la COP30 di Belém sull'Amazzonia?

La COP30, prima conferenza ONU sul clima ospitata in Amazzonia (novembre 2025), non ha prodotto un piano vincolante per fermare la deforestazione: le roadmap su foreste e combustibili fossili sono state stralciate dal documento finale e rilanciate come iniziative volontarie. Il risultato più concreto è stato il lancio del fondo TFFF.

Che cos'è la Tropical Forest Forever Facility (TFFF)?

È un fondo internazionale lanciato alla COP30 che paga i Paesi per mantenere in piedi le foreste tropicali, con penalità per gli ettari persi. A fine vertice contava oltre 6,7 miliardi di dollari di impegni, con l'obiettivo di raggiungere 125 miliardi e destinare almeno il 20% delle risorse ai popoli indigeni.

La deforestazione amazzonica sta aumentando o diminuendo nel 2026?

Nel 2026 i dati ufficiali brasiliani indicano un forte calo, fino al 61% su base annua a giugno, il minimo storico. Restano però pressioni significative legate a nuove opere infrastrutturali, esplorazioni petrolifere e all'indebolimento di alcune tutele dopo la COP30.

Fonti: ANSA, Il Post, Climate Change News, TFFF, Inside Climate News, Greenpeace Italia.

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