Storia delle trasfusioni di sangue e delle banche del sangue
La trasfusione di sangue è una delle conquiste più rivoluzionarie della medicina moderna, frutto di secoli di osservazioni, errori, scoperte scientifiche e perfezionamenti tecnici. Dalla circolazione del sangue descritta da William Harvey nel Seicento fino alle banche del sangue computerizzate del XXI secolo, questa disciplina ha salvato centinaia di milioni di vite e continua a evolversi con l'obiettivo di rendere le terapie trasfusionali più sicure, efficaci e accessibili.
Le origini: dai primi esperimenti ai fallimenti del Seicento
I primissimi tentativi di trasferire sangue da un organismo a un altro risalgono al XVII secolo, quando la conoscenza del sistema circolatorio era ancora rudimentale. La svolta teorica arrivò nel 1628, quando il medico inglese William Harvey pubblicò De Motu Cordis, dimostrando che il sangue circola continuamente nel corpo spinto dal cuore. Questa scoperta pose le basi intellettuali per immaginare la possibilità di trasferire sangue tra individui.
Nel 1667, il medico francese Jean-Baptiste Denys eseguì a Parigi alcune trasfusioni di sangue di animale (agnello, vitello) su pazienti umani. Uno dei soggetti, un giovane febbricitante, sembrò inizialmente migliorare, ma i successivi esperimenti si conclusero con morti e complicazioni gravi. L'episodio suscitò tale allarme che il Parlamento di Parigi vietò la pratica, e analoghe proibizioni si diffusero in altri Paesi. La sperimentazione rimase sostanzialmente ferma per oltre un secolo.
L'Ottocento: le prime trasfusioni umano-umano
La ripresa avvenne in Inghilterra agli inizi del XIX secolo, grazie al ginecologo James Blundell. Nel 1818, dopo aver studiato la fisiologia delle emorragie, Blundell eseguì la prima trasfusione documentata e riuscita tra esseri umani: una donna in gravi condizioni per emorragia post-partum ricevette il sangue del marito mediante un'apposita siringa da lui progettata. Nei decenni successivi Blundell eseguì ulteriori trasfusioni, con esiti alterni, ma gettò le basi metodologiche per la pratica moderna.
Il problema principale era ancora irrisolto: nessuno sapeva perché alcune trasfusioni funzionassero e altre provocassero reazioni fatali. Si ipotizzava un'incompatibilità "individuale", ma il meccanismo biologico restava oscuro.
La scoperta dei gruppi sanguigni: Landsteiner e il Nobel
La chiave di volta arrivò nel 1900, quando il medico austriaco Karl Landsteiner scoprì i gruppi sanguigni umani. Mescolando campioni di sangue di persone diverse in provette, osservò fenomeni di agglutinazione — coagulazione anomala — tra sangui incompatibili. Classificò così i primi tre gruppi: A, B e C (poi ribattezzato O). Nel 1902, i colleghi Alfred von Decastello e Adriano Sturli identificarono il quarto gruppo, AB.
Questa classificazione spiegava retroattivamente la maggior parte delle morti per trasfusione: erano state conseguenza di incompatibilità tra donatore e ricevente. Landsteiner ricevette il Premio Nobel per la Medicina nel 1930. Nel 1939-1940, lo stesso Landsteiner, insieme ad Alex Wiener, Philip Levine e R. E. Stetson, scoprì il fattore Rh, un secondo sistema di classificazione responsabile di molte delle rimanenti reazioni avverse, comprese quelle nella malattia emolitica del neonato.
Il citrato di sodio e la conservazione del sangue
Sapere i gruppi sanguigni era necessario, ma non sufficiente: il sangue prelevato coagulava rapidamente, rendendo impossibile conservarlo o trasportarlo. La soluzione arrivò nel 1914, quando il medico belga Albert Hustin dimostrò che aggiungendo citrato di sodio al sangue prelevato si impediva la coagulazione, consentendo di conservarlo per alcuni giorni a bassa temperatura. Nello stesso anno, ricercatori americani e russi giunsero a conclusioni analoghe in modo indipendente.
Nel 1916, il medico militare statunitense Oswald Robertson, aggregato all'esercito britannico sul fronte occidentale durante la Prima Guerra Mondiale, creò i primi depositi di sangue refrigerato destinati alle trasfusioni d'emergenza sui feriti. Robertson è generalmente considerato il pioniere della prima banca del sangue operativa, anche se si trattava ancora di un sistema rudimentale e di campo.
La nascita delle banche del sangue istituzionali
Negli anni Venti e Trenta il concetto si consolidò. Nel 1932 l'Istituto per la Trasfusione di Sangue di Leningrado aprì quella che molti storici considerano la prima banca del sangue a livello istituzionale, con donatori registrati, raccolta sistematica e distribuzione organizzata.
Il termine blood bank fu coniato nel 1937 da Bernard Fantus, direttore della terapia al Cook County Hospital di Chicago, dove fondò il primo servizio trasfusionale ospedaliero strutturato negli Stati Uniti. Fantus introdusse anche un sistema di "restituzione" del sangue: chi lo riceveva si impegnava a reintegrarlo tramite donatori.
La Guerra Civile Spagnola (1936-1939) fu un banco di prova cruciale: il medico catalano Frederic Durán-Jordà organizzò a Barcellona un sofisticato servizio trasfusionale mobile che riforniva il fronte, anticipando tecniche poi adottate su scala globale durante la Seconda Guerra Mondiale.
La Seconda Guerra Mondiale e l'espansione su scala globale
Il secondo conflitto mondiale trasformò la medicina trasfusionale in un sistema industriale. Gli Stati Uniti avviarono programmi di raccolta del plasma su larga scala — il plasma, privato dei globuli rossi, poteva essere essiccato e spedito in polvere ovunque. La Croce Rossa Americana, sotto la guida del chirurgo afroamericano Charles Drew, organizzò le prime raccolte di plasma su scala nazionale, contribuendo a salvare migliaia di soldati. Drew diventò il primo direttore del programma nazionale di raccolta del sangue americano, e le sue ricerche sulla conservazione del plasma restano fondamentali.
Al termine della guerra, la rete di banche del sangue si era estesa a tutto il mondo occidentale. In Italia, il primo Centro Trasfusionale fu fondato a Torino nel 1948. Pochi anni dopo, nel 1951, il medico milanese Vittorio Formentano lanciò un appello per costituire un gruppo di donatori volontari, al quale risposero diciassette persone riunite il 16 febbraio: nacque così l'AVIS (Associazione Volontari Italiani del Sangue), che sarebbe diventata la più grande organizzazione di donatori del Paese.
Sicurezza trasfusionale: i test per le malattie infettive
Dagli anni Settanta in poi, la sicurezza del sangue divenne una priorità assoluta. La scoperta dell'epatite B come infezione trasmissibile per via trasfusionale spinse all'introduzione dei primi test sulle donazioni. Il dramma più grande fu però l'epidemia di AIDS: negli anni Ottanta, migliaia di pazienti emofilici e altri riceventi di trasfusioni furono infettati dall'HIV prima che si capisse il rischio e si introducessero i test di screening nel 1985. Questo tragico episodio portò a una radicale revisione dei protocolli di sicurezza in tutto il mondo, con l'introduzione di test obbligatori per HIV, epatite C, sifilide e altri agenti patogeni.
Oggi ogni donazione viene analizzata con tecnologie molecolari (NAT, Nucleic Acid Testing) capaci di rilevare il virus anche nella finestra di incubazione, riducendo il rischio trasfusionale a livelli statisticamente trascurabili.
La situazione in Italia nel 2026
Nel 2026, il sistema trasfusionale italiano è gestito dal Centro Nazionale Sangue (CNS), in raccordo con le regioni e i Centri Trasfusionali locali. Ogni anno si raccolgono circa 3 milioni di donazioni, sufficienti a garantire trasfusioni a circa 630.000 pazienti — ovvero oltre 8.000 persone al giorno. Il 2024 ha registrato 3.053.956 donazioni totali, di cui circa 490.000 in aferesi (procedura che consente di raccogliere componenti specifici, come plasma o piastrine, restituendo il resto al donatore). Il 2025 ha visto un significativo incremento della raccolta di plasma, con un aumento del 10% rispetto al 2024.
In parallelo operano 18 banche di sangue cordonale, distribuite in 10 regioni, che conservano le cellule staminali emopoietiche del cordone ombelicale per trapianti e terapie. L'AVIS conta oggi oltre un milione di soci donatori, confermandosi il pilastro della donazione volontaria e non remunerata in Italia.
Prospettive future: verso il sangue artificiale
La ricerca contemporanea punta a ridurre o eliminare la dipendenza dal sangue donato. Le principali direttrici sono i vettori di ossigeno a base di emoglobina (HBOC) e le emulsioni di perfluorocarburi (PFC), che imitano la funzione trasportatrice dei globuli rossi senza richiedere compatibilità di gruppo. Parallelamente, si studiano globuli rossi prodotti in vitro da cellule staminali emopoietiche. Al 2026, nessun sostituto artificiale ha ancora ottenuto approvazione regolatoria per uso clinico di routine, ma le applicazioni in medicina d'emergenza, chirurgia da campo e pazienti con gruppi rari appaiono promettenti. DARPA, l'agenzia di ricerca militare statunitense, finanzia studi su formulazioni liofilizzate utilizzabili direttamente sul campo di battaglia.
Domande frequenti
Chi ha inventato la prima banca del sangue?
Il medico militare americano Oswald Robertson creò nel 1916-1917 i primi depositi di sangue refrigerato sul fronte occidentale durante la Prima Guerra Mondiale. Il termine "banca del sangue" fu però coniato nel 1937 da Bernard Fantus al Cook County Hospital di Chicago, dove fondò il primo servizio trasfusionale ospedaliero strutturato negli Stati Uniti.
Chi ha scoperto i gruppi sanguigni?
Karl Landsteiner, medico austriaco, scoprì nel 1900 i gruppi A, B e O. I suoi colleghi Decastello e Sturli aggiunsero il gruppo AB nel 1902. Per questa scoperta Landsteiner ricevette il Nobel per la Medicina nel 1930. Nel 1939-1940 lo stesso Landsteiner contribuì alla scoperta del fattore Rh.
Quando è nata l'AVIS in Italia?
L'AVIS (Associazione Volontari Italiani del Sangue) fu fondata a Milano il 16 febbraio 1951 dal medico Vittorio Formentano, che radunò diciassette volontari disposti a donare sangue gratuitamente. È oggi la principale associazione italiana di donatori, con oltre un milione di soci.
Quante trasfusioni si effettuano ogni anno in Italia?
In Italia vengono effettuate trasfusioni a circa 630.000 pazienti all'anno, equivalenti a oltre 8.000 persone al giorno. Nel 2024 sono state raccolte 3.053.956 donazioni di sangue intero e in aferesi.
Esiste già il sangue artificiale?
Al 2026, nessun sostituto artificiale del sangue è approvato per uso clinico di routine. La ricerca si concentra su vettori di ossigeno a base di emoglobina (HBOC), emulsioni di perfluorocarburi e globuli rossi prodotti in vitro da cellule staminali. Le applicazioni più promettenti riguardano l'emergenza traumatica e le situazioni in cui il sangue compatibile non è disponibile.