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Giasone e gli Argonauti: storia, mito e vello d'oro

Pubblicato 23. giugno 2025 Aggiornato 15. giugno 2026

Argonauti
Argonauti · Lorenzo Costa / Ercole de' Roberti · Public domain · Wikimedia

Il mito di Giasone e gli Argonauti è una delle grandi saghe eroiche della mitologia greca: il racconto di un viaggio per mare verso i confini del mondo conosciuto, alla conquista del vello d'oro. Intreccia avventura, magia, amore e tragedia, e ha attraversato quasi tremila anni di letteratura, dall'epica arcaica fino al cinema contemporaneo. La versione più completa giunta fino a noi è il poema Le Argonautiche di Apollonio Rodio (III secolo a.C.), ma le radici della vicenda sono molto più antiche e compaiono già in Omero e Esiodo.

Chi era Giasone

Giasone è figlio di Esone, legittimo re di Iolco, città della Tessaglia. Quando lo zio Pelia usurpa il trono, il bambino viene affidato al centauro Chirone, che lo cresce e lo istruisce lontano dalla corte. Divenuto adulto, Giasone torna a Iolco per reclamare il regno. Lungo il cammino perde un sandalo attraversando un fiume: un dettaglio decisivo, perché un oracolo aveva avvertito Pelia di guardarsi da un uomo con un solo calzare.

Per liberarsi del nipote senza versarne il sangue, Pelia gli affida un'impresa che ritiene impossibile: recuperare il vello d'oro, custodito nella lontana Colchide, sulle rive orientali del Mar Nero (l'odierna Georgia). Solo riportando quel trofeo, promette l'usurpatore, Giasone riavrà il trono.

Il vello d'oro

Il vello è la pelle di un ariete alato e divino, dono di Ermes. Su quell'ariete erano fuggiti Frisso ed Elle, due ragazzi minacciati di morte; Elle cadde in mare nel tratto che da lei prese il nome di Ellesponto (gli odierni Dardanelli), mentre Frisso raggiunse la Colchide, sacrificò l'animale e ne appese il vello a una quercia in un bosco sacro ad Ares, dove un drago insonne lo sorvegliava. Nel mito il vello è simbolo di sovranità e legittimità: chi lo possiede ha diritto al potere regale.

La nave Argo e gli Argonauti

Per l'impresa Giasone fa costruire una nave eccezionale, la Argo, opera del costruttore Argo con l'aiuto della dea Atena, che vi inserisce un legno parlante del sacro querceto di Dodona, capace di profetare. Dal nome della nave deriva quello dell'equipaggio: gli Argonauti, cioè i "naviganti dell'Argo".

La ciurma riunisce i più grandi eroi della Grecia di quella generazione. Tra i nomi ricorrenti nelle varie tradizioni figurano:

  • Eracle, l'eroe per eccellenza, che però abbandona la spedizione in Misia per cercare il giovane Ila;
  • Orfeo, il cantore divino, la cui musica salverà i compagni dal canto delle Sirene;
  • Castore e Polluce, i Dioscuri;
  • Zete e Calais, figli alati di Borea;
  • Tifi, il timoniere, e Linceo, dotato di vista acutissima.

Il viaggio verso la Colchide

La traversata è scandita da tappe leggendarie. Gli Argonauti approdano a Lemno, isola abitata da sole donne che avevano ucciso i propri uomini; sostano presso i Dolioni di Cizico; perdono Eracle in Misia. Affrontano poi il re Amico dei Bebrici, sconfitto da Polluce nel pugilato, e liberano l'indovino cieco Fineo dalle Arpie, creature che gli divoravano o insozzavano il cibo. In cambio Fineo svela la rotta e il modo per superare l'ostacolo più temuto: le Simplegadi, due rupi che cozzavano l'una contro l'altra schiacciando le navi. Su consiglio dell'indovino, Giasone lancia una colomba: le rocce si chiudono mozzandole solo le penne della coda, e nell'attimo in cui si riaprono l'Argo passa, perdendo appena l'ornamento di poppa. Da allora, narra il mito, le Simplegadi restarono immobili per sempre.

Le prove di Eeta e l'aiuto di Medea

Giunti in Colchide, Giasone chiede il vello al re Eeta, che acconsente solo a condizioni durissime: aggiogare due tori dagli zoccoli di bronzo e dal fiato di fuoco, arare con essi un campo e seminarvi i denti di un drago, dai quali nasceranno guerrieri armati da abbattere in un solo giorno.

A salvare l'eroe interviene Medea, figlia di Eeta e potente maga, sacerdotessa di Ecate. Colpita da una passione suscitata da Era e Afrodite, che proteggono Giasone, la giovane si innamora di lui e gli fornisce un unguento magico che lo rende invulnerabile al fuoco e al ferro per un giorno. Giasone doma i tori, semina i denti e, gettando una pietra in mezzo ai guerrieri nati dalla terra, li induce a massacrarsi tra loro. Poiché Eeta non intende comunque cedere il vello, Medea conduce Giasone al bosco sacro e addormenta il drago con un filtro, permettendogli di impadronirsi del trofeo.

La fuga e il ritorno

Gli Argonauti fuggono di notte portando con sé Medea. Per rallentare l'inseguimento del padre, secondo la versione più cruda del mito Medea uccide e fa a pezzi il fratellino Absirto, disseminandone i resti in mare affinché Eeta debba fermarsi a raccoglierli. Il viaggio di ritorno, descritto nel quarto libro delle Argonautiche, segue una rotta fantastica attraverso fiumi e mari del mondo allora ignoto: l'Argo sfugge alle Sirene grazie al canto di Orfeo, supera Scilla e Cariddi con l'aiuto di Teti, e sosta presso i Feaci, dove Giasone e Medea celebrano le nozze. Una delle ultime prove è l'incontro con il gigante di bronzo Talo, custode di Creta, neutralizzato ancora una volta dalle arti di Medea.

L'epilogo tragico

Tornato a Iolco, Giasone scopre che Pelia non intende restituire il trono. Medea ordisce la vendetta: convince le figlie di Pelia che il padre possa ringiovanire se fatto a pezzi e bollito, e così, ingannate, lo uccidono. La coppia è costretta all'esilio a Corinto. Qui la saga sfocia nella tragedia che Euripide mise in scena nella Medea (431 a.C.): Giasone abbandona Medea per sposare Glauce, figlia del re Creonte, e Medea si vendica uccidendo la rivale, il re e infine i propri figli, prima di fuggire su un carro alato. Secondo una tradizione, lo stesso Giasone muore anni dopo, colpito da una trave caduta dalla vecchia Argo mentre dormiva alla sua ombra.

Le fonti antiche e l'eredità del mito

Accenni alla spedizione compaiono già nell'Odissea e nella Teogonia di Esiodo, segno che il racconto era notissimo in età arcaica. La narrazione organica è però quella di Apollonio Rodio, le cui Argonautiche, in 5.836 versi suddivisi in quattro libri, sono l'unico poema epico greco di rilievo conservato integralmente dopo Omero; in età romana il poeta latino Valerio Flacco ne compose una versione rimasta incompiuta. Il mito ha continuato a ispirare l'immaginario fino a oggi: resta celebre il film Gli Argonauti (1963) di Don Chaffey, con le creature animate da Ray Harryhausen, e numerose riletture letterarie, teatrali e televisive ne mantengono viva la fortuna anche nel 2026.

Domande frequenti

Chi erano gli Argonauti?

Erano gli eroi che si imbarcarono con Giasone sulla nave Argo per conquistare il vello d'oro. Il loro nome deriva dalla nave stessa e significa "naviganti dell'Argo". Tra i più noti vi erano Eracle, Orfeo, i Dioscuri Castore e Polluce e i figli alati di Borea, Zete e Calais.

Che cos'è il vello d'oro?

È la pelle di un ariete alato e divino, custodita in Colchide su una quercia sacra e sorvegliata da un drago. Nel mito rappresenta la sovranità e la legittimità del potere regale: per questo Giasone deve recuperarlo per reclamare il trono di Iolco.

Qual è il ruolo di Medea nella storia?

Medea, figlia del re Eeta e potente maga, si innamora di Giasone e gli permette di superare le prove imposte dal padre grazie a unguenti e filtri magici, addormentando infine il drago. Senza il suo aiuto l'impresa sarebbe fallita; il loro legame, però, sfocia in una tragedia narrata da Euripide.

Dove si trovava la Colchide?

La Colchide era una regione situata sulla costa orientale del Mar Nero, corrispondente all'incirca all'odierna Georgia. Nel mito rappresentava i confini estremi del mondo conosciuto dai Greci.

Qual è la fonte principale del mito?

La narrazione completa più importante sono Le Argonautiche di Apollonio Rodio, poema in quattro libri del III secolo a.C. Riferimenti più antichi compaiono già in Omero ed Esiodo, mentre la vicenda di Medea è resa celebre dalla tragedia omonima di Euripide.

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