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Le guerre jugoslave: i conflitti nei Balcani negli anni Novanta

Pubblicato 17. giugno 2025 Aggiornato 15. giugno 2026

Quale conflitto ha colpito i Balcani negli anni '90?

Tra il 1991 e il 1999, la penisola balcanica fu teatro di una serie di conflitti armati tra i più gravi verificatisi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questi scontri, comunemente noti come guerre jugoslave, scaturirono dalla dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia e coinvolsero Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo. Il bilancio complessivo fu di oltre centomila morti, milioni di profughi e crimini contro l'umanità che segnarono profondamente la memoria collettiva del continente europeo.

Il contesto: la dissoluzione della Jugoslavia

La Jugoslavia, stato federale multietnico fondato nel 1945 sotto la guida del maresciallo Josip Broz Tito, era composta da sei repubbliche — Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia — e due province autonome, Kosovo e Vojvodina. La morte di Tito nel 1980 aprì una fase di instabilità politica ed economica. Nell'era del post-Guerra Fredda, con il crollo dei regimi comunisti in Europa orientale tra il 1989 e il 1991, le spinte nazionaliste nelle singole repubbliche si intensificarono in modo irreversibile.

Il presidente serbo Slobodan Milošević promosse un progetto di centralizzazione del potere a favore della Serbia, alimentando tensioni con le repubbliche a maggioranza non serba. In Slovenia e Croazia, i movimenti indipendentisti guadagnarono consenso elettorale, mentre in Bosnia la convivenza tra la comunità bosniaco-musulmana (i bosgnacchi), quella serba e quella croata divenne sempre più precaria.

La guerra dei Dieci Giorni in Slovenia (1991)

Il 25 giugno 1991 i parlamenti di Slovenia e Croazia dichiararono l'indipendenza dalle rispettive capitali. L'Esercito Popolare Jugoslavo (JNA) intervenne militarmente in Slovenia per bloccare la secessione, ma incontrò la resistenza organizzata delle forze territoriali slovene. Il conflitto durò appena dieci giorni e si concluse con gli Accordi di Brioni del 7 luglio 1991: la Slovenia ottenne una moratoria di tre mesi sull'indipendenza, dopodiché la JNA si ritirò definitivamente. La brevità della guerra fu dovuta anche alla composizione relativamente omogenea della popolazione slovena, che non presentava le tensioni interetniche presenti altrove.

La guerra in Croazia (1991–1995)

In Croazia la situazione fu assai più complessa. La minoranza serba, concentrata nelle regioni della Krajina e della Slavonia orientale, si oppose all'indipendenza croata e, sostenuta da Belgrado e dalla JNA, proclamò la Repubblica Serba di Krajina. Seguì un conflitto sanguinoso, in cui spiccò per la sua brutalità l'assedio e la distruzione della città di Vukovar, bombardata per tre mesi e caduta in mano serba nel novembre 1991 dopo una resistenza disperata.

Un cessate il fuoco mediato dall'ONU entrò in vigore nel gennaio 1992, ma le ostilità ripresero periodicamente. Nel maggio e nell'agosto del 1995, le operazioni militari croate Bljesak (Lampo) e Oluja (Tempesta) riportarono sotto controllo di Zagabria i territori occupati, provocando l'esodo di circa 200.000 serbi dalla Krajina. La guerra in Croazia si concluse formalmente nel 1995 con gli Accordi di Erdut per la Slavonia orientale.

La guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992–1995)

Il conflitto più lungo e devastante si svolse in Bosnia ed Erzegovina. Dopo la dichiarazione di indipendenza del marzo 1992, le milizie serbo-bosniache, guidate da Radovan Karadžić sul piano politico e dal generale Ratko Mladić su quello militare, avviarono un'offensiva per creare una Grande Serbia attraverso la cosiddetta pulizia etnica: l'espulsione sistematica — spesso tramite violenza, stupri di massa, esecuzioni e campi di detenzione — delle popolazioni bosniaco-musulmana e croata dai territori rivendicati.

La capitale Sarajevo subì l'assedio più lungo nella storia delle guerre moderne: dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, la città fu circondata dalle forze serbo-bosniache che ne colpirono sistematicamente la popolazione civile con cecchini e bombardamenti. Morirono circa 14.000 persone, di cui oltre 5.000 civili.

Il genocidio di Srebrenica

L'episodio più grave dell'intera serie di conflitti avvenne nel luglio 1995 a Srebrenica, un'enclave dichiarata "zona protetta" dall'ONU nel 1993. Le forze di Mladić occuparono la città malgrado la presenza dei caschi blu olandesi (Dutchbat). Tra l'11 e il 22 luglio 1995 furono sistematicamente uccisi tra 8.000 e 8.372 uomini e ragazzi di etnia bosniaco-musulmana, i cui corpi vennero gettati in fosse comuni. Il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia (TPIJ) e la Corte Internazionale di Giustizia hanno qualificato questa strage come genocidio.

La guerra in Bosnia si concluse con gli Accordi di Dayton, firmati il 21 novembre 1995 a Dayton (Ohio) e formalizzati a Parigi il 14 dicembre 1995. Il paese fu diviso in due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Srpska. Il bilancio del conflitto bosniaco ammonta a tra 97.000 e 102.000 morti, tra cui circa 64.000 bosgnacchi, 25.000 serbi e 7.800 croati.

La guerra in Kosovo (1998–1999)

Il Kosovo, provincia a maggioranza albanese inserita nella Repubblica di Serbia, era stato privato dell'autonomia da Milošević nel 1989. La resistenza pacifica guidata da Ibrahim Rugova lasciò progressivamente spazio a una guerriglia armata condotta dall'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK). A partire dal 1998, le forze serbe avviarono una violenta campagna di repressione accompagnata da massacri di civili albanesi e dall'espulsione forzata di centinaia di migliaia di persone.

Il fallimento dei negoziati di Rambouillet (febbraio 1999) portò la NATO ad avviare, il 24 marzo 1999, una campagna di bombardamenti aerei contro la Jugoslavia senza mandato del Consiglio di Sicurezza dell'ONU — circostanza che suscitò polemiche sul piano del diritto internazionale. I raid durarono 78 giorni. Il 10 giugno 1999, con la risoluzione ONU 1244, le forze serbe si ritirarono e il Kosovo fu posto sotto amministrazione internazionale (UNMIK). Il bilancio del conflitto kosovaro conta oltre 13.000 vittime civili, di cui circa 10.000 albanesi, 2.000 serbi e 500 appartenenti ad altri gruppi etnici.

Il Kosovo dichiarò l'indipendenza il 17 febbraio 2008 ed è oggi riconosciuto da oltre cento stati, tra cui gli Stati Uniti e la maggioranza dei membri dell'Unione Europea, ma non dalla Serbia né dalla Russia. Al 2026 il suo status internazionale rimane oggetto di disputa.

Il Tribunale penale internazionale e la giustizia transitoria

Nel 1993 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU istituì il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia (TPIJ), con sede all'Aia, per giudicare i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio commessi durante i conflitti. Il tribunale ha processato 161 individui, emettendo 90 condanne definitive. Tra i condannati figurano Radovan Karadžić (ergastolo, confermato in appello nel 2019) e Ratko Mladić (ergastolo, 2021). Slobodan Milošević morì in carcere all'Aia nel marzo 2006, prima che il suo processo si concludesse. Il TPIJ ha chiuso i lavori nel 2017, trasferendo le funzioni residue al Meccanismo internazionale residuale per i tribunali penali (MICT).

Eredità e conseguenze

Le guerre jugoslave hanno ridisegnato la mappa politica dei Balcani: dalla Federazione sono nate sette entità statali — Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord e Kosovo. Molti dei nuovi stati sono entrati o stanno percorrendo la via verso l'Unione Europea e la NATO, sebbene i rapporti tra Serbia e Kosovo rimangano tesi. Le ferite sociali e demografiche dei conflitti — i rifugiati mai tornati, le comunità separate, i traumi collettivi — continuano a condizionare la politica regionale a oltre trent'anni dagli eventi.

Domande frequenti

Quante persone sono morte nelle guerre jugoslave degli anni Novanta?

Il bilancio complessivo delle vittime dei conflitti nell'ex Jugoslavia è stimato in oltre 130.000 morti. Il solo conflitto bosniaco causò tra 97.000 e 102.000 vittime; la guerra in Kosovo oltre 13.000. A questi si aggiungono i morti della guerra in Croazia e i feriti, gli invalidi e i milioni di sfollati.

Cosa fu il genocidio di Srebrenica?

Il genocidio di Srebrenica fu il massacro di circa 8.000-8.372 uomini e ragazzi bosniaco-musulmani compiuto dalle forze serbo-bosniache del generale Ratko Mladić tra l'11 e il 22 luglio 1995. È riconosciuto come genocidio dal Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia e dalla Corte Internazionale di Giustizia.

Perché la NATO bombardò la Jugoslavia nel 1999?

La NATO avviò i bombardamenti il 24 marzo 1999 per fermare la campagna di pulizia etnica condotta dalle forze serbe contro la popolazione albanese del Kosovo, dopo il fallimento dei negoziati di pace di Rambouillet. La campagna aerea durò 78 giorni e si concluse con il ritiro delle forze serbe dal Kosovo.

Cosa stabilirono gli Accordi di Dayton?

Gli Accordi di Dayton, firmati il 21 novembre 1995 e formalizzati a Parigi il 14 dicembre 1995, posero fine alla guerra in Bosnia ed Erzegovina. Divisero il paese in due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (a prevalenza bosgnacca e croata) e la Repubblica Srpska (a prevalenza serba), mantenendo l'unità formale dello Stato sotto supervisione internazionale.

Il Kosovo è oggi uno stato indipendente?

Il Kosovo ha dichiarato l'indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008 ed è riconosciuto da oltre cento paesi, tra cui Stati Uniti e gran parte dell'Unione Europea. Tuttavia, Serbia, Russia, Cina e una parte degli stati membri dell'ONU non ne riconoscono l'indipendenza. Al 2026 il suo status internazionale rimane contestato.

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