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Chi ha scritto Paint It Black dei Rolling Stones

Pubblicato 6. maggio 2025 Aggiornato 15. giugno 2026

Chi ha scritto Paint It Black dei Rolling Stones?

Paint It Black è uno dei brani più celebri della discografia dei Rolling Stones, pubblicato come singolo nel maggio 1966 e capace di raggiungere il primo posto delle classifiche sia nel Regno Unito sia negli Stati Uniti. La paternità del testo e della musica è ufficialmente attribuita alla coppia Mick Jagger e Keith Richards, il sodalizio compositivo che dalla metà degli anni Sessanta firmò la quasi totalità della produzione originale del gruppo. Tuttavia, la storia reale della canzone è più articolata: diversi musicisti contribuirono in modo sostanziale alla forma definitiva del brano, alimentando nel corso dei decenni un dibattito sui crediti che non è mai stato del tutto sopito.

La paternità ufficiale: Jagger e Richards

Il credits ufficiale di Paint It Black recita «Jagger/Richards», in linea con la pratica che la coppia aveva adottato sin dagli esordi, su sollecitazione del loro manager Andrew Loog Oldham, deciso a costruire per gli Stones un'identità compositiva autonoma sul modello di Lennon/McCartney per i Beatles. Mick Jagger ha curato i testi, mentre Keith Richards ha elaborato la struttura musicale di base. Il brano fu composto in tournée nei primi mesi del 1966 e registrato l'8 marzo 1966 agli RCA Studios di Los Angeles, con Oldham nel ruolo di produttore.

La genesi del brano: da ballata soul a capolavoro psichedelico

Nella sua concezione originaria, Paint It Black era pensata come una lenta canzone soul, ben lontana dalla versione che il pubblico avrebbe poi conosciuto. La trasformazione avvenne in studio, durante una sessione di prove spontanea e in larga parte casuale. Bill Wyman, il bassista della band, cominciò a suonare l'organo in modo scherzoso, imitando le sonorità della musica klezmer tipica dei matrimoni della tradizione ebraica dell'Europa orientale. Il co-manager Eric Easton, di professione organista, e il batterista Charlie Watts si unirono all'improvvisazione: Watts adottò uno schema ritmico in doppio tempo che richiamava cadenze mediorientali. Fu in quel contesto che il brano assunse il suo carattere inconfondibile, teso e ipnotico.

Il ruolo determinante di Brian Jones e il sitar

L'elemento che più di ogni altro definisce l'identità sonora di Paint It Black è il sitar, suonato da Brian Jones. Fondatore storico dei Rolling Stones e musicista di straordinaria versatilità, Jones era rimasto affascinato dall'uso che George Harrison aveva fatto dello stesso strumento in Norwegian Wood dei Beatles, incisa alla fine del 1965 per l'album Rubber Soul. A distanza di pochi giorni, il road manager Ian Stewart procurò a Jones un sitar, e il musicista cominciò a studiarlo sotto la guida del virtuoso Harihar Rao.

Nelle sessioni per l'album Aftermath (1966), Jones mise subito a frutto questa nuova competenza: nella versione definitiva di Paint It Black, il suo sitar esegue la melodia vocale nelle strofe e fornisce il riff introduttivo, conferendo al brano quella qualità cupa e visionaria che lo distingue da qualsiasi altra produzione del gruppo. Il contributo di Jones non fu meramente decorativo: fu lui a plasmare il carattere melodico e l'atmosfera complessiva della canzone.

Paint It Black fu il primo singolo numero uno nella storia della musica pop a presentare il sitar, anticipando di fatto la diffusione di massa dello strumento nel contesto della psichedelia britannica e della world music.

La controversia sui crediti: il caso Nanker Phelge

La questione dei crediti non ha mai trovato una soluzione condivisa all'interno della band. Bill Wyman ha più volte sostenuto pubblicamente che Paint It Black avrebbe dovuto essere accreditata allo pseudonimo collettivo Nanker Phelge, utilizzato dagli Stones per i brani nati da un'elaborazione corale del gruppo. Secondo Wyman, l'arrangiamento finale — quello che ha reso il pezzo immortale — nacque dall'improvvisazione di Jones, Watts e dello stesso Wyman in studio, non da un'idea preesistente di Jagger e Richards. La melodia del sitar di Jones, in particolare, era una creazione autonoma che andava ben oltre la semplice esecuzione di un testo già scritto.

Nonostante queste obiezioni, il credito Jagger/Richards non fu mai modificato. La dinamica riflette una tensione più ampia che attraversò la storia degli Stones negli anni Sessanta: l'ascesa di Jagger e Richards come cuore compositivo del gruppo progressivamente emarginò Jones, il fondatore, che avrebbe lasciato la band nel 1969, pochi mesi prima della sua morte.

Pubblicazione e successo commerciale

Il singolo fu pubblicato il 7 maggio 1966 negli Stati Uniti (per la London Records) e il 13 maggio nel Regno Unito (per la Decca Records). Raggiunse la vetta delle classifiche in entrambi i paesi, confermando gli Stones come uno dei gruppi più influenti del decennio. Negli Stati Uniti, Paint It Black appare come traccia di apertura nell'edizione americana di Aftermath, mentre nell'edizione originale britannica dello stesso album il brano non è incluso, essendo stato distribuito solo come singolo nel mercato del Regno Unito.

Il brano ha mantenuto un'enorme rilevanza culturale nei decenni successivi, comparendo in numerose colonne sonore cinematografiche e televisive — tra cui la serie Vietnam di Stanley Kubrick (Full Metal Jacket, 1987) e la serie televisiva Westworld — e viene regolarmente eseguito dal vivo nelle tournée degli Stones ancora nel 2026.

Domande frequenti

Chi ha scritto Paint It Black dei Rolling Stones?

Ufficialmente, Paint It Black è accreditata a Mick Jagger (testi) e Keith Richards (musica). Tuttavia, l'arrangiamento definitivo nacque in studio da un'improvvisazione collettiva che coinvolse anche Bill Wyman all'organo, Charlie Watts alla batteria e Brian Jones al sitar.

Qual è il ruolo del sitar in Paint It Black?

Il sitar è lo strumento centrale del brano: suonato da Brian Jones, esegue il riff introduttivo e la linea melodica delle strofe. Fu Jones ad apprendere lo strumento ispirandosi a George Harrison dei Beatles, e il suo contributo plasmò l'identità sonora della canzone.

Paint It Black è stata il primo singolo numero uno con il sitar?

Sì. Quando raggiunse la vetta delle classifiche nel maggio 1966, Paint It Black divenne il primo singolo numero uno della storia della musica pop a presentare il sitar come strumento principale.

Perché Bill Wyman riteneva che i crediti del brano fossero sbagliati?

Wyman sostenne che il brano avrebbe dovuto essere attribuito allo pseudonimo collettivo Nanker Phelge, perché la struttura definitiva del pezzo — quella che lo rese un successo — nacque dall'improvvisazione in studio di Jones, Watts e Wyman stesso, non da una composizione preesistente di Jagger e Richards.

Paint It Black è inclusa nell'album Aftermath?

Sì, ma solo nell'edizione americana di Aftermath (1966), dove appare come traccia di apertura. L'edizione originale britannica non include il brano, distribuito nel mercato UK esclusivamente come singolo.

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