Cosa scopre Ulisse negli Inferi: la Nekyia dell'Odissea
Nel cuore dell'Odissea, a metà del poema epico omerico, si cela uno dei passi più straordinari della letteratura antica: la Nekyia, ovvero la discesa di Ulisse nel regno dei morti. Questo undicesimo canto costituisce molto più di un semplice episodio avventuroso: è un momento di resa dei conti con il passato, una consultazione oracolare, un viaggio nell'intimità del lutto e un'esplorazione dell'al di là che avrebbe influenzato Virgilio, Dante e l'intera tradizione letteraria occidentale. Cosa scopre esattamente Ulisse durante la sua discesa negli Inferi? Quali sono gli incontri che cambiano il corso del suo viaggio di ritorno?
La Nekyia: contesto e preparativi del rito
La discesa agli Inferi non avviene per capriccio di Ulisse, ma per necessità. Dopo aver trascorso un anno sull'isola di Eea presso la maga Circe, l'eroe chiede di poter tornare a Itaca. Circe gli rivela che prima di rientrare dovrà recarsi nel regno di Ade e Persefone per consultare l'anima dell'indovino Tiresia di Tebe, unico tra i morti a cui Persefone ha conservato la mente integra anche nell'oltretomba.
Circe fornisce istruzioni precise per raggiungere l'ingresso del regno dei morti: bisogna navigare verso ovest, oltre l'Oceano, fino alla terra dei Cimmeri, dove non brilla mai il sole. Lì, scavando una fossa, versando libagioni di miele, vino e acqua, cospargendo di farina bianca, e infine sacrificando un ariete e una pecora nera, Ulisse potrà evocare le anime dei defunti (psychai) e parlare con loro dopo che avranno bevuto il sangue delle vittime.
Il sacrificio e l'apertura dell'accesso ai morti
Giunti alla riva dell'Oceano, Ulisse e i compagni compiono i riti prescritti. Non appena il sangue delle bestie sacrificate scorre nella fossa, le ombre dei morti cominciano ad affluire da ogni parte: giovani, vecchi, fanciulle, guerrieri caduti in battaglia, tutti desiderosi di bere il sangue che temporaneamente restituisce loro coscienza e voce. Ulisse, seduto con la spada sguainata, impedisce alle ombre di avvicinarsi alla fossa finché non ha parlato con Tiresia.
L'immagine della fossa del sangue (in greco bothros) è uno dei momenti più potenti dell'epos omerico: il sangue, sostanza della vita, diventa il mezzo paradossale attraverso cui i morti recuperano temporaneamente la parola. Senza sangue, i morti sono ombre mute e inconsapevoli, privati della memoria e dell'identità.
La profezia di Tiresia: il destino di Ulisse
Il primo a comparire è l'indovino Tiresia, che beve il sangue e rivela a Ulisse il suo futuro. La profezia si articola in quattro punti fondamentali:
- Il ritorno a Itaca sarà difficile e doloroso a causa dell'ira del dio Poseidone, che non ha dimenticato l'accecamento del figlio ciclope Polifemo.
- Se Ulisse e i compagni rispetteranno i buoi sacri del Sole sull'isola di Trinacria, riusciranno a tornare. Se li uccideranno, Ulisse perderà tutti i compagni e tornerà solo, su nave straniera, trovando in casa i pretendenti che corteggiano Penelope.
- Dopo la vendetta sui pretendenti, Ulisse dovrà intraprendere un altro viaggio: dovrà recarsi in un luogo così lontano dal mare che la gente non conosca il sale né i remi. Lì dovrà piantare un remo e fare sacrifici a Poseidone per placare la sua ira.
- La morte gli verrà "dal mare", dolce e lontana dalla vecchiaia, quando sarà circondato da un popolo prosperoso.
La profezia di Tiresia trasforma il viaggio di ritorno in un percorso iniziatico: Ulisse non tornerà mai definitivamente a casa, perché il movimento, il viaggio e la tensione verso l'altrove sono costitutivi della sua natura.
L'incontro con la madre Anticlea: il dolore del lutto
Dopo Tiresia, Ulisse riconosce tra le ombre la madre Anticlea, figlia di Autolico, che era ancora in vita al momento della sua partenza per Troia. Il figlio, scosso dal dolore, vorrebbe abbracciarla, ma le ombre prive di corpo sfuggono alle braccia come vapore. Tre volte Ulisse tende le braccia, tre volte l'ombra si dissolve. È uno dei momenti di lirismo più intenso dell'intera Odissea.
Dopo che Anticlea ha bevuto il sangue, madre e figlio si parlano. Ulisse apprende che la madre è morta di dolore per la sua lontananza, consumata dall'attesa. Poi la interroga sulla situazione a Itaca:
- Penelope è ancora fedele, piange ogni notte, il suo cuore appartiene soltanto al marito lontano.
- Telemaco amministra i beni paterni e partecipa ai banchetti degli uomini liberi; nessuno gli ha ancora tolto i diritti.
- Laerte, padre di Ulisse, si è ritirato in campagna, lontano dalla città, consunto dal dolore e dall'attesa, trascorrendo i giorni tra i servi e dormendo sulla nuda terra in inverno.
Questa conversazione ha una funzione narrativa precisa: aggiornare Ulisse (e il lettore) sulla situazione domestica che egli ha lasciato, preparando il terreno per la seconda parte dell'Odissea, centrata sul ritorno e sulla vendetta.
La sfilata delle eroine e degli eroi: la galleria dell'oltretomba
Dopo la madre, si avvicinano alla fossa le ombre di molte donne famose, mogli e madri di eroi della tradizione mitica. Ulisse le interroga a una a una, formando una sorta di catalogo delle eroine, speculare al catalogo delle navi dell'Iliade. Tra le ombre femminili compaiono Alcmena, madre di Eracle; Epicasta (Giocasta), madre e moglie di Edipo; Arianna; Fedra; Clori, madre di Neleo.
Poi è il turno degli eroi, che si avvicinano in gruppo. L'elenco degli incontri con i guerrieri costituisce il cuore della Nekyia e permette a Omero di elaborare riflessioni sulla gloria, la morte e la condizione umana.
Agamennone: la morte tradita e la diffidenza verso le donne
Agamennone, re di Micene e comandante supremo della spedizione greca a Troia, incontra Ulisse piangendo. Racconta il proprio assassinio: al rientro dalla guerra, fu ucciso a tradimento durante un banchetto organizzato da sua moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto. L'ombra del re maledice il genere femminile e avverte Ulisse di non fidarsi di nessuna donna, nemmeno di Penelope, quando tornerà a Itaca.
Il contrasto tra la fedele Penelope e la traditrice Clitennestra attraversa tutto il poema omerico come struttura portante: la prima è il modello della sposa esemplare, la seconda il suo opposto tragico.
Achille: la gloria vale meno di una vita qualunque
L'incontro con Achille è forse il più filosoficamente ricco della Nekyia. Il più grande degli eroi greci, colui che aveva scelto consapevolmente una vita breve e gloriosa in luogo di una lunga e anonima, dichiara nell'oltretomba di aver sbagliato i conti. Con parole che capovolging la sua scelta eroica, afferma che preferirebbe essere un servo di un povero contadino piuttosto che regnare sul regno dei morti.
Questa amara riflessione introduce nell'epos una nota di disincanto: la gloria omerica, il kleos immortale per cui Achille aveva sacrificato la vita, sembra perdere tutto il suo valore di fronte alla realtà della morte. La vita, qualunque vita, vale più della fama.
Ulisse rassicura Achille raccontandogli le gesta eroiche del figlio Neottolemo (Pirro) a Troia, e l'ombra dell'eroe si allontana rasserenata, incedendo a grandi passi sul prato di asfodeli.
Aiace: il silenzio dello sdegno immortale
Più toccante ancora, in un certo senso, è il mancato incontro con Aiace Telamonio. Questo eroe, il più forte fisicamente tra i Greci dopo Achille, era impazzito e si era ucciso per la vergogna dopo che le armi di Achille morto erano state assegnate a Ulisse anziché a lui. Nell'oltretomba, Aiace rifiuta di avvicinarsi alla fossa e di rispondere alle parole concilianti di Ulisse. Si allontana in silenzio nell'oscurità, ancora consumato dallo sdegno.
Omero non spiega né giustifica questo silenzio: lo lascia intatto, e proprio in questo silenzio risiede tutta la potenza dell'immagine. Aiace ha ragione del suo risentimento; il silenzio è la sua forma di giustizia.
I grandi dannati e i miti dell'oltretomba
Prima di lasciare il regno dei morti, Ulisse assiste alle pene dei grandi condannati della mitologia greca, i cui supplizi erano diventati proverbiali nell'antichità.
Tantalo, Sisifo e Tizio: le pene eterne
Tantalo è immerso in un lago fino al mento, ma ogni volta che si china per bere l'acqua si ritira; alberi carichi di frutti pendono sopra di lui, ma ogni volta che allunga le mani il vento li porta in alto. Il suo supplizio ha dato origine alla parola "tantalizzare".
Sisifo spinge eternamente un enorme masso su per un colle ripido, e ogni volta che sta per raggiungere la cima il macigno rotola giù per la forza gravitazionale, costringendolo a ricominciare dall'inizio. Questo mito è diventato il simbolo dell'assurdo nell'esistenzialismo del XX secolo, grazie all'interpretazione del filosofo Albert Camus.
Tizio, il gigante che aveva osato violentare Latona, madre di Apollo e Artemide, è steso al suolo con due avvoltoi che gli divorano il fegato in eterno: il fegato ricresce ogni notte, e i rapaci riprendono il loro supplizio ogni giorno.
L'incontro con Eracle e Minosse
Ulisse vede anche l'ombra di Eracle, o meglio la sua immagine, poiché il vero Eracle è stato divinizzato e vive tra gli dèi dell'Olimpo. L'immagine (in greco eidolon) di Eracle porta ancora l'arco teso, pronta a scoccare frecce. Eracle saluta Ulisse riconoscendo in lui un altro essere umano che ha conosciuto le fatiche più dure.
Minosse, l'antico re di Creta figlio di Zeus ed Europa, siede nell'oltretomba come giudice delle anime dei morti, scettro d'oro in mano, e dirime le controversie tra i trapassati.
Il significato della Nekyia nell'Odissea e nella cultura occidentale
La Nekyia è molto più di un episodio avventuroso. È una catabasi, termine greco che indica la discesa agli inferi, un motivo ricorrente nella letteratura e nel mito che simboleggia la trasformazione attraverso il contatto con la morte. Il personaggio che scende negli Inferi e ne risale non è più lo stesso di prima: ha ottenuto una conoscenza che i vivi normalmente non possiedono.
La Nekyia omerica divenne il modello per la celebre discesa agli Inferi dell'Eneide di Virgilio (libro VI), in cui Enea consulta il fantasma del padre Anchise. Virgilio rielaborò e approfondì il materiale omerico, descrivendo con maggiore sistematicità la struttura dell'oltretomba, la divisione tra Campi Elisi per i giusti e Tartaro per i malvagi. Da Virgilio, attraverso la mediazione di Stazio e altri autori latini, il modello giunse a Dante Alighieri, che nella Divina Commedia costruì la propria discesa infernale come continuazione e trasformazione della tradizione classica.
Domande frequenti
Perché Ulisse scende negli Inferi nell'Odissea?
Ulisse scende negli Inferi su indicazione della maga Circe, che gli ha detto di consultare l'anima dell'indovino Tiresia per sapere come tornare a Itaca. Tiresia è l'unico tra i morti ad aver conservato la mente integra per volere di Persefone, e può quindi fornire preziose informazioni sul futuro dell'eroe.
Qual è la profezia di Tiresia su Ulisse?
Tiresia profetizza che il ritorno di Ulisse sarà difficile per l'ira di Poseidone. Se i compagni non toccheranno i buoi del Sole sull'isola di Trinacria, potranno tornare; altrimenti, Ulisse tornerà solo e su nave straniera. Dovrà poi compiere un altro viaggio verso un luogo lontano dal mare e fare sacrifici a Poseidone. La morte arriverà dolce e lontana nel tempo.
Cosa scopre Ulisse sulla sua famiglia durante la Nekyia?
Dalla madre Anticlea, Ulisse apprende che Penelope è ancora fedele e lo piange ogni notte, che Telemaco amministra i beni di famiglia, e che il vecchio Laerte si è ritirato in campagna consumato dal dolore. Anticlea rivela anche di essere morta proprio di dolore per la lontananza del figlio.
Perché Achille nell'Ade dice di preferire la vita alla gloria?
Nell'oltretomba, Achille dichiara di preferire essere un umile servo vivo piuttosto che regnare sui morti. Questo capovolgimento rispetto alla sua scelta eroica in vita (vita breve e gloriosa contro vita lunga e anonima) introduce nell'epos omerico una riflessione disincantata sul valore della gloria postuma: di fronte alla realtà della morte, il kleos eroico perde il suo fascino assoluto.
Chi sono i grandi dannati che Ulisse vede negli Inferi?
Ulisse vede Tantalo, condannato alla fame e alla sete eterne pur circondato da cibo e acqua; Sisifo, costretto a spingere eternamente un masso su per una collina; e Tizio, il gigante ai cui cui due avvoltoi divorano il fegato in eterno. Queste figure rappresentano i grandi peccatori mitologici puniti per aver offeso gli dèi.
Qual è il significato simbolico della Nekyia nella tradizione letteraria occidentale?
La Nekyia è il modello archetipico della catabasi, la discesa agli Inferi come rito di trasformazione e di conoscenza. Il viaggio di Ulisse nell'oltretomba influenzò direttamente il libro VI dell'Eneide di Virgilio e, attraverso di esso, la Divina Commedia di Dante. Il tema del discendere negli Inferi per ottenere una rivelazione è diventato uno dei motivi fondanti della letteratura e del pensiero simbolico occidentale.